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Il malinconico (ma non troppo) addio alla stampa. Il futuro del giornalismo è sul web.

Quale sarà l'ultimo giornale stampato, nell'ultima tipografia rimasta al mondo? Si accettano le scommesse

Realizzato da WillBe, novembre 2012
Festival

Due uomini discutono sul futuro della stampa, del giornalismo e dell'informazione globale. Sono serenamente accomodati sopra un divano di pelle marrone, hanno le luci puntate addosso e dozzine di risposte giuste, sparse dentro dozzine di taschini giusti.

Tanti buoni propositi e un certo ottimismo strategico, da sfoggiare in risposta alle domande più toste, come scenografia d'impatto nell'infinito show del "tutto andrà per il meglio".
 
Mr Alan Rusbridger direttore del giornale britannico "Guardian" e Mr David Carr, media columnist dell'americano "New York Times" erano gli ospiti più attesi al Festival di Internazionale, tenutosi ad ottobre nella nostra bella e fotogenica Ferrara. Le ginniche del primo, si contrappongono simpaticamente all'istituzionalità total black del secondo. Due personalità prorompenti, forti di carriere esplosive, osservano la realtà dalle lenti dei loro (molto in voga) occhiali nerd. Dai piani alti dei loro giornali, dalle vedute stratosferische dei loro uffici, disordinati ma sempre fortemente evocativi.
 
A "Fermate le rotative", è questo il titolo del festival di Ferrara, si è parlato molto, ma soprattutto ci si è posti delle domande: dove è diretto il giornalismo e quali sfide dovrà affrontare? Interrogativi da un milione di dollari che ci poniamo da quasi vent'anni. Problematicità su cui giornali, testate, direttori, reporter, blogger e opinionisti di tutti i formati, dibattono con fervore e coinvolgimento. Siamo stati previdenti nel pensarci in anticipo, senza dubbio, ma non siamo stati abbastanza agili nel cavalcare l'onda gradualmente e senza traumi. Non sono state proposte delle soluzioni o delle direzioni abbastanza forti, da permettere all'industria della stampa di reinventarsi e vincere, o per lo meno di sopravvivere. Non è stato istituito alcun modello in grado di essere l'esempio innovativo, moderno e vincente per la tutela del settore. Mi vengono in mente le lezioni di copywriting dell'università, i dibattiti su come approcciarsi ad una nuova campagna, il professore che amava provocare le nostre menti di giovani creativi, con un motto apparentemente volgare, ma in realtà molto significativo e chiaro: "Get to the fucking point". Quello che nell'industria dell'informazione stampata, non è ancora avvenuto.
 
Il columnist del New York Times e il direttore del Guardian, ci portano le loro egregissime case history, nonchè i differenti modelli di business delle realtà in cui lavorano. Oltre ai conti tendenzialmente in rosso, i due giornali hanno in comune l'obiettivo di superare le difficoltà economiche, continuando a proporre un giornalismo di qualità. La crisi di qui parliamo, sta attaccando le variabili più influenti nell'andamento di una testata, ovvero gli investimenti pubblicitari e la vendita delle copie. Come abbiamo avuto modo di leggere sullo speciale dell'Internazionale, dal 2006 ad oggi, negli Stati Uniti, la metà dei giornalisti è rimasta disoccupata. Nel Regno Unito, il Telegraph sembrerebbe l'unico giornale in attivo, mentre il Times e il Sunday Times perdono complessivamente 78 e 48 milioni di sterline. A Londra, oltretutto il Guardian perde 100000 sterline al giorno per tre anni di fila. In Italia siamo tornati a vendere lo stesso numero di giornali che vendevamo negli anni '50, indietreggiando di circa sessantadue anni. Concentrandosi sul New York Times e sul Guardian, identificando facilmente due differenti approcci economici al problema.
 
Il New York Times, accompagnato dalla forte reputazione globale che ha saputo conquistarsi nel corso degli anni, si lancia sulla rete adottando il sistema fremium, un metodo che consiste nel rendere gratuita la lettura di un numero limitato di articoli (sul sito internet del quotidiano), invitando l'utente ad abbonarsi e quindi a sostenere un costo per leggerne altri. I riscontri, del tutto positivi, hanno condotto ad oltre 500.000 lettori abbonati, segnando un traguardo storico per il giornale: gli introiti provenienti dai lettori online, hanno superato quelli provenienti dall'advertising. David Carr, il direttore del New York Times, al Festival di Internazionale dichiara: "Tutto questo è avvenuto anche grazie ai social network.. Noi giornalisti non dobbiamo guardare a Twitter come se fosse un mostro, ma utilizzarlo per diffondere più rapidamente i nostri contenuti".
 
Le vicende del Guardian, se pure molto articolate, sembrerebbero anche le più affascinanti. La testata vuole superare la crisi dei giornali stampati, ponendosi agli occhi dei suoi lettori come un giornale globale e non soltanto legato alle logiche nazionali. Il problema è che negli ultimi cinque anni, il giornale ha sopravvissuto soltanto grazie allo Scott Trust, che non è il santo protettore delle testate durante le crisi, ma una fondazione senza scopo di lucro istituita appositamente nel 1936, come sostegno della perpetua indipendenza economica del Guardian. Per il resto, le perdite hanno superato gli introiti, mentre a livello di copie vendute, non è mai stato un quotidiano particolarmente diffuso: è al penultimo posto degli undici giornali nazionali inglesi.
 
Su internet però (e qui arriviamo allo straordinario) il giornale si è collocato al secondo posto tra i quotidiani inglesi più letti online e tra i cinque più letti del pianeta. La politica di successo che il Guardian ha adottato per il web, si esplicita nella teoria del suo direttore Mr Alan Rusbridger: parla di una termine inquietante come "open journalism", che fondamentalmente significa "contenuti gratuiti", ovvero la possibilità di leggere tutti gli articoli gratuitamente sul sito internet del quotidiano, senza l'obbligo di sottoscrivere e pagare gli abbonamenti o l'edizione cartacea. Viene richiesta una cifra simbolica, soltanto per gli abbonamenti dedicati alle versioni mobile (tablet, smartphone, etc…).
Gli accessi al sito del giornale, durante gli ultimi 4 anni si sono moltiplicati esponenzialmente, raggiungendo i 70 milioni di utenti unici al mese. Inoltre grazie al web, il quotidiano ha ampliato il suo target in termini di età e caratteristiche: anche se il lettore tipo del Guardian non è certamente mai stato il teenager, l'atterraggio sul web ha conquistato un pubblico di ragazzi dai 18 ai 25 anni, del tutto inaspettato. Questo succede grazie ai feedback positivi riguardanti la qualità delle notizie, ma anche grazie ad una modalità vincente di comunicare sul web: appeal grafico, infografiche e continue interazioni redazione/utente, stanno raggiungendo importanti obiettivi di conquista e fidelizzazione del lettore.
I più scettici fautori del fatturato nudo e crudo, avranno sicuramente qualche dubbio. Staranno pensando che la storia dei contenuti gratuiti, è un'arma a doppio taglio per il giornale, poichè allo straordinario successo sul web corrisponderà un'ulteriore flop nelle vendite delle copie sui canali tradizionali. Non hanno tutti i torti, è facile entusiasmarsi davanti a milioni di interazioni e apprezzamenti, mentre trovare una quadra per gonfiare questi fatturati anoressici, è decisamente più complesso. Come andrà l'esperimento del Guardian, non lo sa nessuno, neanche il suo pacato (nonostante le ginniche) direttore, che pur parlando di dati incoraggianti, non azzarda considerazioni sul futuro del fatturato. Nel frattempo, voci non ufficiali bisbigliano di ulteriori ed imminenti spargimenti di sangue tra i reporter e nuovi giri di vita sul personale. Si prospettano cervelli fumanti e lunghi brainstorming, al 119 Farrington Road di Londra.
 
Fonte dell'immagine: http://www.libreriamo.it/a/2792/il-futuro-dellinformazione-tra-carta-stampata-e-new-media.aspx